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venerdì 10 settembre 2010

Cambiamento climatico: è davvero colpa dell'uomo?

Il dibattito sulle evidenze scientifiche che confermano o negano un cambiamento del clima planetario nel medio e lungo periodo, come anche la questione stessa se ci sia oppure no il cambiamento del clima, si ripropone occasionalmente, ogni volta che una catastrofe ambientale si abbatte su un territorio abitato, e ogni volta che viene pubblicato uno studio, un libro o diffuso un comunicato sull'argomento.

In realtà non si tratta di un dibattito ozioso. Esistono davvero almeno due scuole di pensiero contrapposte: una che continua a produrre dati, dossier, ricerche e indagini che tendono ad accreditare la tesi su come l'uomo - almeno quello che interpreta la parte più ricca e tecnologicamente progredita della civiltà - stia accelerando un processo che contribuisce pesantemente a cambiare le condizioni climatiche.

L'altra tesi è quella portata avanti da coloro i quali potremmo definire negazionisti o almeno dei meno preoccupati. Questi ultimi partono da presupposti diversi, si dichiarano non convinti che l'uomo abbia un ruolo nel cambiamento delle condizioni di vita e taluni di essi arrivano a negare che i cambiamenti del clima effettivamente siano in atto.

Nel 2007 un documentario multimediale intitolato 'An Inconvenient Truth' (Una scomoda verità), curato da un ex vice presidente degli Stati Uniti che da alcuni anni ha messo in atto una importante campagna di informazione sul riscaldamento globale e sui cambiamenti climatici, ha vinto il Premio Oscar come miglior documentario.

Avvalendosi dell'apporto di numerosi scienziati e di enti e istituti scientifici, Al Gore è riuscito a portare questo tema alla conoscenza del grande pubblico. Se ne parla da molti anni, tuttavia è evidente che la risonanza mediatica ha avuto la sua parte. Dal lato opposto delle opinioni, anch'esse supportate scientificamente, ci sono personaggi molto in vista nell'ambiente scientifico, come per esempio presidente emerito della National Academy of Science Frederick Seitz oppure il professor Richard S. Linzen che insegna al MIT una delle più importanti università al mondo.

Gli uni e gli altri tendono a negare l'esattezza dei dati esposti dalla controparte, accusandosi a vicenda e creando nell'opinione pubblica mondiale una certa confusione. Un aiuto per tentare di capire di più sulla questione può venire sia da una più attenta lettura delle numerose informazioni che filtrano dagli ambienti che diffondono la scienza, e sia da alcuni autorevoli istituti ed enti internazionali che hanno come caratteristica peculiare quella di rappresentare un pensiero indipendente e non condizionato.

Un interessante dossier tratta di una serie di circa centoventi quesiti posti da quelli che vengono definiti 'scettici', a cui corrispondono altrettante obiezioni, secondo 'la scienza'. Vale la pena comunque di riflettere su almeno due questioni. La prima è che chi frequenta assiduamente fonti scientifiche, dibattiti, blog e ambienti che si occupano di questi temi, è a conoscenza del fatto che spesso le discussioni assumono toni molto caldi, che sconfinano a volte in vere e proprie accuse.

Ci si può domandare per esempio, quali possano essere (se esistono) le cause vere di questo reciproco accanimento, oltre ovviamente a quello della ricerca della verità scientifica. L'altra riflessione riguarda il risultato di uno studio, recentemente pubblicato dalla National Academy of Sciences intitolato 'Expert credibility in climate change', nel quale vengono evidenziati sostanzialmente due aspetti: su 1.372 ricercatori che si sono occupati di cambiamenti climatici, la stragrande maggioranza si pronunciano a favore dell'esistenza del problema; il secondo aspetto è che l'importanza scientifica di questi ricercatori, la quantità e qualità delle loro pubblicazioni, sono di gran lunga più importanti dei risultati dell'altra parte, che viene definita 'non convinta'.



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